essuno conosce una città più di un maestro del furto con scasso. Nessuno guarda un edificio come lo guarda un rapinatore. «Professionisti ambiziosi e geniali», secondo l’esperto di design Geoff Manaugh, autore di una guida all’urbanistica per criminali

Fateci caso: non capita spesso, al cinema, di vedere una planimetria. Ma quando capita, ci sono buone probabilità che sia in un film intitolato Il colpo o La grande rapina. Succederà allora che un gruppo di banditi, stretti intorno a un tavolo, siano ripresi mentre studiano la disposizione delle stanze che portano alla cassaforte. Senza offesa per nessuno: il modo più sexy di rappresentare il pensiero architettonico è quello di farlo attraverso i ladri. Fino ad oggi, a tenere questa posizione erano soprattutto i registi e gli sceneggiatori. Da qualche settimana si è però aggiunta una voce nuova, e una voce importante: quella del critico  Geoff Manaugh.

Manaugh è una sorta di Henry Miller della scrittura di design in rete: un virtuoso della prosa e un intellettuale che non distingue tra alto e basso. Dal 2004 gestisce BLDGBLG, che nel suo campo in oltre un decennio è riuscito a restare uno degli approdi più audaci e divertenti della rete. Sul suo “building blog” Manaugh travalica le divisioni disciplinari e con passo imprevedibile (a volte passano settimane tra un aggiornamento e l’altro) affronta argomenti che hanno a che fare allo stesso tempo con urbanistica medievale e logistica, architettura del paesaggio e cartografia militare, economia delle infrastrutture e oceanografia.

La sua passione sono i paradossi geografici e l’appropriazione dei linguaggi dell’analisi dello spazio per scopi insoliti – da cui su BLDGBLG gli articoli sulla storia degli edifici concepiti per la quarantena (degli appestati, degli astronauti, o dei turisti con la febbre aviaria) o sulle foreste progettate come “cuscinetti acustici” accanto agli aeroporti. Il mondo della sicurezza e della sorveglianza è uno dei suoi terreni prediletti. Da una ricerca durata negli ultimi due anni è nato cosìThe Burglar’s Guide to The City, pubblicato lo scorso aprile da Farrar, Straus and Giroux.

“Burglary” è termine con il quale si identifica un tipo preciso di reato. Una traduzione potrebbe essere “furto con scasso”, ma ancora non si coglierebbe in modo adeguato il punto decisivo. Ovvero che un “burglary” non può avvenire se non rispetto a un’architettura:

Questo crimine esplicitamente spaziale […] richiede che l’autore si introduca in modo illegale in una struttura architettonica.

Da questa prospettiva, il “burglar” diventa così un professionista molto particolare: colui che sa guardare gli edifici in modo diverso dagli altri.

I ladri sono straordinariamente ambiziosi in quello che chiedono agli edifici che li circondano: passare dai muri, entrare dalle finestre al terzo piano invece che dalla porta principale, spuntare dal basso emergendo dalle fogna cittadine.

Poco importa che l’obiettivo finale sia una forma di violenza: il programma di Manaugh è rendere tributo a quelle abilità speciali.

Da qualche parte tra genio e idiozia, ho pensato, ci dovrebbe essere una nuova guida alla città: una guida per gente che non sa usare i pavimenti e i soffitti nel modo giusto, che non capisce le porte e le finestre, e che addirittura non è in grado di lasciare intatto il terreno, senza cercare di scavarci dentro un tunnel.

 

Foto scattate dell’elicottero della Los Angeles Police Department’s air-support division

Dal profilo Instagram di Geoff Manaugh

Continua l’autore:

Alcune delle reazioni più interessanti a un edificio, che sia una torre residenziale o un museo d’arte non vengono affatto dagli architetti, ma da coloro che sperano di farci una rapina.

Ogni capitolo di A Burglar’s Guide to the City è dedicato a una diversa espressione di questa “architecture-brut”, ovvero l’opera di personaggi che alimentano una vasta cultura senza legittimazione ufficiale. Per esempio Jack Dakswin: un ex topo d’appartamenti di Toronto capace di leggere la struttura interna di un condominio senza neppure entrarci, soltanto a partire dalla geometria delle uscite antincendio. Oppure il collettivo internazionale di scassinatori di serrature, autobattezzato TOOOL (The Open Organisation of Lockpickers). O ancora i poliziotti di Los Angeles che nelle ronde notturne in elicottero contemplano una metropoli la cui maglia a superstrade produsse negli anni Novanta «un paradiso per rapinatori di banche» (va detto, con la passiva complicità di alcuni tra gli stessi istituti: i quali dopo un paragone tra i soldi sottratti ogni anno dai ladri e gli stipendi da pagare per assumere guardie giurate a tempo pieno propesero per la prima opzione, più economica).

Manaugh, che ha 40 anni, una laurea in storia dell’arte e insegna alla Columbia University, è poco sistematico e a volte dispersivo nei suoi racconti di cronaca nera. Il suo profilo è quello di un osservatore che ha accessi di curiosità quasi infantile – e insieme una tendenza all’accumulo e all’incostanza e un entusiasmo per i collegamenti trasversali. Tutte cifre familiari ai nostri modi di fruire (e produrre) cultura su Internet. Allo stesso tempo, Manaugh è privo di alterigia intellettuale. Se ha voglia di tirare in ballo Sorvegliare e punire, come altri suoi colleghi critici farebbero alla seconda riga, attende invece 150 pagine e lascia che a compiere la citazione sia, a sorpresa, un sottufficiale della polizia di Chicago.

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